Presentato ad Alice nella città 'Stay Still' di Elisa Mishto

 

Presentato nella sezione Panorama Italiano di Alice nella Città, durante la 14esima edizione della Festa del Cinema di Roma, Stay Still è una di quelle piccole sorprese all'interno di una kermesse ricca e solitamente molto variegata.
Lo si intuisce sin dalla primissima inquadratura: la carrellata che presenta la protagonista in biancheria e camicia, sdraiata sul letto, con la sola nota di colore rappresentata da un paio di guanti in lattice gialli, e la sua stessa voce fuori campo che introduce pensieri e propositi sull'esistenza, danno il tono della pellicola con una precisione ed un'efficacia fuori dal comune.
Julie (la bravissima Natalia Belitski) trascorre le sue giornate in una clinica psichiatrica dove periodicamente viene portata, in genere perché ha dato fuoco a qualche cosa – la somiglianza con la Ema di Pablo Larrain ed il suo stile di vita alquanto disfunzionale è prodigiosa – ed è qui che incontra Agnes (Luisa-Céline Gaffron), con la quale si instaura da subito un legame, come se l'una riconoscesse nell'altra un elemento mancante e riuscisse in tal modo ad essere se stessa, forse per la prima volta nella vita, a sentirsi accettata ed amata come avrebbe sempre voluto e meritato.
A fare la forza di Stay Still è appunto questo rapporto, difficile da definire, che piano piano evolve, si trasforma e trasforma le dirette interessate, permettendo ad entrambe di compiere scelte e gesti mai immaginati, ma necessari al fine di trovare la propria strada ed il coraggio di imboccarla una volta per tutte.
Non a caso i momenti di maggiore intensità e bellezza sono quelli in cui qualcosa delle protagoniste viene a galla: il karaoke nel locale, la piscina senza acqua, gli abbracci nel bosco, sono alcuni degli esempi grazie ai quali l'immaginazione, la sensibilità e lo straordinario spirito di Julie ed Agnes deflagrano in tutto il loro potenziale. È proprio lì che la pellicola esibisce una sua particolare identità, vicina a quel realismo magico tanto affascinante quanto rischioso, che va a solleticare un'emozionalità più intima e ad imprimersi nel cuore dello spettatore più disposto ad accoglierla.
Se si pensa poi che si tratta di un'opera prima – la regista e sceneggiatrice Elisa Mishto aveva già diretto qualche documentario e dei corti ma questo è il suo debutto nel lungometraggio – il risultato è ancora più lodevole.
Da non sottovalutare nemmeno il discorso del rapporto madre-figlia, sul quale le protagoniste si trovano a confrontarsi, seppur da due differenti punti di vista. Con delicatezza, arguzia (perfettamente incarnata dal personaggio di Julie) ed uno sguardo critico che non giudica mai ma tenta invece di comprendere, la giovane cineasta realizza un piccolo gioiello annoverabile all'interno del buon cinema indipendente.

da Roma, Sabrina Colangeli

 
 

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