Alice in Wonderland

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L’infanzia di Alice (Mia Wasikowska) è stata segnata dalla tragedia della morte del padre e da continui incubi, pronti a farla precipitare in un mondo “parallelo”, popolato da strani personaggi. Con un "background" simile, è facile sentirsi poco conformi ai rigidi costumi dell’epoca vittoriana, soprattutto se non si è più bambini. Oggi, infatti, Alice ha 19 anni e la ritroviamo coinvolta in una festa, in cui un lord inglese le avanza una proposta di matrimonio. Impaurita, scappa e si inoltra nei labirintici giardini della villa: qui compare un coniglio, con tanto di panciotto e orologio da tasca. Alice lo rincorre, fino a quando non cade nella “profonda” tana del Bianconiglio, per ritrovarsi improvvisamente nel Sottomondo…
Conviene partire subito da una premessa: non facciamoci ingannare dal titolo di questa pellicola. Alice in Wonderland non ha assolutamente niente a che spartire con l’omonimo romanzo di Lewis Carroll né, tantomeno, con il suo seguito, Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò, perché, per quanto cercherete, non vi troverete proprio nulla della genialità e della complessità dello scrittore britannico. Il problema, ovviamente, non è di tipo filologico, ma contenutistico: Tim Burton (Edward mani di forbice) sembra aver messo totalmente da parte la sua visionarietà, a favore di un’operazione che puzza di commerciale sin dalle prime battute.
Non è un paese per… bambini quello delineato dal regista americano. La fantasia infantile è tutto tranne che banalmente “favolistica”: è un labirinto senza “filo di Arianna”, meravigliosamente grottesco, poetico, straniante, angosciante, popolato da personaggi bizzarri e minacciosi. Basti pensare all’universo, formato cartoon, del capolavoro Disney del ’51 e ad un’Alice catapultata in un mondo che le è completamente estraneo, dove tutto è illogicamente crudele e dove anche un gatto, con il suo sorriso cinico e beffardo, può tramutarsi in un personaggio inquietante e minaccioso: Alice cerca la (propria) strada e lo Stregatto le dice che nessuna strada è la sua.
Contravvenendo a questo “principio”, la pellicola di Burton si impone da subito come “racconto di formazione”, con la sua struttura lineare e ordinata, in cui un banale “sottomondo” è abitato da personaggi amichevoli e non troppo strambi (ad eccezione della Regina Rossa, interpretata dalla bravissima Helena Bonham Carter), pronti a combattere al fianco della giovane fanciulla, che ha una missione ben precisa da compiere (il suo destino è già scritto su una pergamena).
Insomma, se non fosse per il battage pubblicitario che da mesi fa eco all’uscita della pellicola, potremmo tranquillamente pensare, durante la visione, di essere dalle parti di Narnia e che Tim Burton sia stufo di fare l’amico degli outsider e di dare qualche pennellata dark ai suoi racconti. Ciò non toglie, però, spazio all’immancabile presenza del suo attore feticcio, Johnny Depp, che come Cappellaio Matto lascia decisamente a desiderare: nessuno mette in dubbio le capacità istrioniche dell’attore, ma trasformarlo nello “scemo del villaggio” non può bastare a rendere lo spessore di un personaggio indecifrabile ed enigmatico come il Cappellaio (il balletto finale della “deliranza” va di diritto tra le scene più memorabili della Storia del Cinema. Ovviamente per la sua bruttezza).
Dopo aver compiuto il suo dovere e aver riportato l’ordine nel Sottomondo, Alice fa ritorno nel mondo reale, più consapevole e matura: il “viaggio dell’eroe” si è concluso e le difficoltà incontrate lungo il percorso sono state una valida lezione per la giovane.
Dunque, il Sottomondo come realtà parallela da cui si può trarre una qualche “morale”, e non più un “paese delle meraviglie” come mondo interiore, come universo intimo, che non ha nulla da insegnare, perché è a noi che appartiene (è la nostra realtà soggettiva), nel momento in cui riflettiamo la nostra immagine (interiore) attraverso lo specchio. Sarà per questo che un geniale artista come Salvador Dalì, in una sua non troppo celebre scultura dal titolo (guarda caso) Alice in Wonderland, rappresenta la giovane, appena “riemersa” dal Paese delle Meraviglie, avvolta da una corona di fiori, mentre si cimenta nel gioco del salto alla corda. Come a dire che il suo universo è rimasto immutato da quella esperienza, poiché il suo “sentire” è decisamente più grande e complesso della sua fragile ingenuità: schiacciata da una profonda (in)consapevolezza, Alice percepisce senza capire, incapace di cogliere l'intelligibile nel sensibile e dargli forma, mentre i contorni tra sogno e realtà si fanno sempre più sottili.
Non è dello stesso avviso Tim Burton, che accantona definitivamente la struttura frammentaria del romanzo di Carroll, per restituirci un’opera fredda e priva di sentimento, che non può neanche contare sull’apporto del 3D, dato che la pellicola è stata girata in due dimensioni e solo successivamente convertita nel formato tridimensionale.
Pillola azzurra o pillola rossa? Tim Burton, questa volta, opta per quella azzurra. Peccato, perché se fosse rimasto nel (suo) “paese delle meraviglie”, avrebbe potuto mostrarci quant’è profonda la tana del Bianconiglio.

Scheda film

Titolo Originale Alice in Wonderland
Regia Tim Burton
Sceneggiatura Linda Woolverton
Fotografia Dariusz Wolski
Cast Anne HathawayHelena Bonham CarterJohnny DeppMia Wasikowska
Distribuzione Walt Disney
Origine USA
Anno 2010
Genere AvventuraFantasy
Data di uscita Marzo 03, 2010

Trailer

 
 

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