12 anni schiavo

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Il nuovo film del regista inglese Steve McQueen è un adattamento del libro autobiografico di Solomon Northup, falegname di professione e violinista dilettante, vissuto nel 1841 a Saratoga nello stato abolizionista di New York che, una volta attratto con l’inganno di essere ingaggiato per un breve tour itinerante, viene rapito e imbarcato verso il Sud schiavista. A New Orleans viene smerciato da un diabolico commerciante di schiavi (interpretato da Paul Giamatti) e acquistato da Ford (Benedict Cumberbatch), un proprietario benevolo di una piantagione in Louisiana, prima di passare nelle mani del sadico Epps (Michael Fassbender).
12 anni schiavo è un’opera che merita un posto all’interno della storia del cinema se non altro per aver affrontato in maniera esplicita per la prima volta un tema tabù nel cinema americano: la tragedia della schiavitù.
Il cinema si è da sempre occupato di trattare le tragedie avvenute nella storia in tempi più o meno recenti (dall’Olocausto allo sterminio delle popolazioni americane, dalla guerra in Vietnam all’attuale guerra al terrorismo) ma la schiavitù è stato un tema finora mai toccato. Certamente ci sono stati vari film che sono ambientati nel periodo della schiavitù (come Django Unchained), o che hanno affrontato il tema in maniera incidentale, ma nessuno si è mai preoccupato di raccontare un fenomeno così bestiale e cronologicamente ancora così vicino a noi. Nemmeno Spielberg, che sul tema ci è tornato più volte: prima con il non riuscito Amistad, lezione di storia che soffre di un marcato didatticismo; poi col suo sofferto capolavoro Lincoln. Entrambi raccontano della battaglia dei bianchi per liberare l’uomo nero dall’orrore della schiavitù, ma questo è mostrato solo come vittima o comprimario.
Di qui l’importanza storica di questo film che va a colmare un vuoto e un silenzio che è durato troppo a lungo. Forse perché la stessa cultura cinematografica statunitense ha origine proprio nell’epopea razzista di Nascita di una nazione di Griffith, in cui il Ku Klux Klan è rappresentato come un gruppo di eroi e i neri come un branco di violentatori ubriachi, che gli Stati Uniti non sono mai stati in grado di fare davvero i conti con il proprio passato recente. E varrà la pena sottolineare come è toccato a McQueen, regista di colore inglese, e a un cast composto in buona parte da britannici (sebbene la produzione sia americana), il compito di portare alla luce una delle più grandi tragedie dell’umanità, dimenticata colpevolmente dalla settima arte.
Non basta, però, la sola passione civile a fare grande un film. McQueen gira con una forza espressiva straordinaria, offrendoci il ritratto appassionato di un uomo costretto a rinunciare a tutto pur di sopravvivere.
12 anni schiavo è un film che non fa sconti. McQueen utilizza la telecamera come un occhio spalancato e implacabile che non arretra di fronte a nulla. Il regista britannico descrive il calvario del suo protagonista con partecipazione e senza fare nessuno sconto alle brutalità quotidiane a cui è sottoposto. Ma allo stesso tempo evita di spettacolarizzare il dolore e registra impassibile con la propria telecamera l’inferno della schiavitù, portando per la prima volta lo spettatore in luoghi che finora il cinema ha sempre ignorato.
In questa nuova opera ritornano prepotentemente due fili conduttori dell’opera del grande cineasta inglese: da una parte il rapporto conflittuale fra uomo e libertà e dall’altro l’ossessione per il corpo – martoriato, umiliato, offeso – che diviene il campo dove questa lotta si consuma. Così Solomon va ad aggiungersi alla già incredibile galleria di personaggi fin qui tracciati dal regista, il Bobby Sands di Hunger e il Brandon di Shame: uomini che soffrono e scontano fisicamente sulla loro pelle l’impossibilità di vivere una libertà assoluta e irrevocabile.
Non mancano i lunghi piani sequenza a telecamera fissa che sono diventati oramai il marchio stilistico di questo grande autore. Non si cancella facilmente dalla memoria la sequenza in cui Solomon viene brutalmente impiccato a un ramo e lotta disperatamente per salvarsi cercando di mettersi in punta di piedi sul fango scivoloso, mentre placidamente gli altri schiavi riprendono il loro lavoro quotidiano (l’umanità è il primo prezzo da pagare se si vuole restare in vita).
Dall’altra il piano sequenza - al limite del sostenibile -  in cui Patsey (Lupita Nyong’o, qui al suo debutto, uno dei più folgoranti di sempre) viene flagellata da Epps (Michael Fassbender): non c’è compiacimento nella violenza mostrata (come in un Gibson) né  stilizzazione catartica (come in un Tarantino); McQueen intende la regia come una missione etica, quella di mostrare senza compromessi e il patto che stringe con lo spettatore è quello di non girarsi mai dall’altra parte ma di saper vedere e testimoniare la realtà – per quanto atroce – dei suoi personaggi.
Sullo sfondo di una natura impassibile e bellissima (come nel Malick di La sottile linea rossa) si consuma il martirio del protagonista, scandito da ritmi di lavoro insostenibili, un inferno che si ripete ogni giorno uguale a se stesso in cui non c’è spazio neppure per coltivare la più tenue speranza. Strappato del suo passato, della sua identità, Solomon è strappato anche della sua umanità e diviene un oggetto di proprietà che passa di mano in mano: dapprima nelle mani di Ford, coltivatore illuminato ma anche complice di un sistema che non vuole mettere in discussione; poi finisce in quelle dello psicotico Epps (un Fassbender ancora una volta indimenticabile), ossessionato e tormentato dall’amore per una sua schiava che lo spinge nell’abisso di una violenza incontrollabile.
Non c’è progressione nel racconto perché non può esserci redenzione nella condizione di essere schiavo. Solo un caso fortuito offre una via d’uscita e l’occasione di riscatto al protagonista.
L’unica forma di ribellione e sostegno è rappresentata dalla musica: il violino di Solomon, così come i canti degli schiavi neri, hanno una funziona altamente simbolica durante tutto il racconto. Il ruolo giocato dalla musica è quello di protesta e allo stesso tempo barriera contro lo stato di abbrutimento e barbarie a cui è costretto il protagonista, che per salvarsi deve arrivare a  essere complice dei carnefici stessi per non essere vittima (come nella sopraccitata scena della fustigazione di Patsey).
Paradossalmente ogni gesto di gentilezza è una debolezza di cui Solomon– educato e dall’animo sensibile – dovrà imparare a disfarsi, come un fardello che rischia di trascinarlo alla catastrofe. La stessa musica – il violino – sarà il motivo che lo condurrà proprio alla cattura, precipitandolo nell’inferno della propria condizione di schiavo. La musica diventa epifania e riscatto come nella bellissima sequenza in cui gli schiavi cantano, con aria quasi di sfida, Roll Jordan, Roll, sulla tomba di un loro compagno morto di stenti.  Le stesse musiche, composte da Hans Zimmer, lontane dall’epica tonitruante a cui ci ha abituati, hanno la funzione salvifica di contrappunto al dramma senza fine di Solomon.
La musica e la scrittura - il racconto come testimonianza di un inferno irraccontabile perché non c’è nessuno disposto ad ascoltare – sono le uniche forme clandestine concesse a chi è letteralmente denudato della propria umanità. Non è un caso che le prime cose di cui viene privato Solomon sono il suo nome e i suoi vestiti (proprio come poi accadrà alle vittime dei campi di concentramento nazisti), e quindi cessa di avere un propria identità per divenire uno schiavo ovvero una non-persona, uno strumento di lavoro che non ha diritto ad avere una propria individualità.
Una menzione d’onore la merita il protagonista Chiwetel Ejiofor, vera scoperta del film che presta anima e corpo al suo personaggio, in una prova attoriale da incorniciare, tutta giocata sulla repressione e simulazione dei sentimenti anziché sulla loro enfatizzazione.
Con 12 anni schiavo McQueen realizza un’opera che si scolpisce indelebile nella mente dello spettatore come una delle prove più alte di etica del cinema degli ultimi anni.

Scheda film

Titolo Originale 12 Years a Slave
Regia Steve McQueen
Soggetto tratto dall'omonima biografia di Solomon Northup
Sceneggiatura John RidleySteve McQueen
Fotografia Sean Bobbitt
Cast Benedict CumberbatchChiwetel EjioforMichael Fassbender
Distribuzione Bim
Origine USA
Anno 2013
Durata 134'
Genere Drammatico
Data di uscita Febbraio 20, 2014

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