Dalle macerie di una città distrutta rinascono nuove vite, a volte con il retaggio della passata esistenza, che sia sotto forma di malinconia o di inquietudine. Tra polvere e panni stesi, la tendopoli aquilana si trasforma in un villaggio dei contrari: Luca, svogliato medico per costrizione, sogna il “rock”, e tra una prova seduto sotto la tenda e un controcanto senza coristi, si innamora di Lucilla, dedita allo studio, all’attività parrocchiale, all’assistenza per i conterranei terremotati. A sua volta, la migliore amica della timida Lucilla è il suo esatto contrario: Valeria, frivola, razzista, con un incredibile bisogno di trovare un equilibrio tra le relazioni interne ed esterne alla famiglia; proprio lei incontrerà il bel rumeno, Sorin, che dovrà farsi spazio tra i pregiudizi e le influenze negative di menti retrograde. Nella tendopoli ci sono anche Padre Juan (Gabriele Cirilli) e il nonno di Lucilla (Riccardo Garrone), quest’ultimo deciso a stare su un albero per vivere la città dall’alto, senza essere infastidito dalla polvere delle pietre o dalla visione di un palazzo completamente distrutto.
Dalla drammaticità di un fatto di cronaca che ha segnato l’ultimo anno del nostro Paese, si passa ad un omaggio su celluloide che cola miele già dalla tavoletta del “Ciak”, perdendosi in un trionfo di buonismo gratuito, improbabile e tendenzioso. Proponendo un’interpretazione del tutto in linea con la realizzazione, cast e regia (Giuseppe Tandoi) mortificano il tema della rinascita, confondendolo artificiosamente con il perdono di Cristo, lasciandosi andare, solo in un occasione, ad un lampo d’ira nei confronti del Creatore, reo di aver lasciato morire così tante persone per un misero e improvviso spostamento della terra. Troppo facile la teoria del libero arbitrio.